01 Dicembre 2018

Capitolo Diciassettesimo

Written by Prem Shunyo, Posted in I miei giorni di luce con Osho

Diagnosi: avvelenamento da Tallio

Capitolo Diciassettesimo

Eraclito dice: “Non si può entrare nello stesso fiume due volte.”
E Osho dice: “Non si può entrare nello stesso fiume neppure una volta.”
Pertanto non esiste una seconda Pune.
Quando arrivai a Pune all’inizio di gennaio del 1987, mi sentivo invecchiata
di cento anni, se non di più.Avevo vissutomolte vite,moltemorti;
ero stata in giardini pieni di fiori e li avevo visti distrutti.
Eppure, Osho continuava… provava ancora a portarci lungo quel cammino,
verso ciò che lui chiama il diritto di nascita di ogni essere umano:
l’illuminazione.
Fu durante questo periodo di tre anni, dal 1987 al 1990, che Osho parlò
l’equivalente di quarantotto libri, un’impresa grandiosa, considerando
che per un terzo del tempo fu ammalato.
Dopo quattro mesi trascorsi a Bombay, decise di tornare a Pune, nel glorioso
Koregaon Park. Quando arrivò, verso le quattro di mattina del 4
gennaio, la strada che attraversava l’Ashram straripava di sannyasin in
attesa di salutarlo. Lui era sdraiato sul sedile posteriore della macchina,
addormentato. Si svegliò e salutò tutti senza alzarsi, ancora avvolto nelle
coperte; sembrava un bambino che era stato svegliato nel cuore della notte.
Tre ore più tardi arrivò la polizia con un mandato che gli impediva l’entrata
nella città di Pune. Se glielo avessero consegnato prima di arrivare
in città, avrebbe commesso un reato, entrandoci. Ma era partito da
Bombay di notte, per evitare il caldo e il traffico e la polizia si accorse
in ritardo della sua presenza.

Quando arrivarono all’Ashram, vollero andare in Lao Tzu e salire nella
stanza dove Osho stava ancora dormendo. Nessuno eramai entrato nella
sua stanza, mentre dormiva, e per tutti noi era un’incredibile intrusione,
un vero e proprio insulto.
Io, Vivek, Rafia e Milarepa, pur essendo in cima alla scala che portava
alla camera di Osho, essendo stranieri, ci tenemmo in disparte, mentre
Laxmi e Neelam parlavano con la polizia. Dalle scale, potemmo sentire
delle urla che provenivano dalla stanza di Osho: era la sua voce. Quelle
urla proseguirono per una decina diminuti, poiVivek entrò nella stanza
e chiese ai poliziotti se volevano una tazza di tè! Vivek ci disse poi
che le sembrarono subito sollevati, di certo non credevano che quell’incontro
sarebbe stato così intenso, ed erano contenti di poter avere una
scusa per tirarsi fuori da quella situazione.
Nel discorso del 10 gennaio, Osho raccontò pubblicamente ciò che
era successo: “Ero a Bombay. Il presidente di un potente partito politico
ha scritto una lettera a un ministro e me ne ha mandata una copia.
Nella lettera diceva che la mia presenza a Bombay avrebbe inquinato
l’atmosfera.
Ho commentato: ‘Mio Dio, come si fa a inquinare Bombay? La città
più sporca del mondo…’. Sono stato lì quattro mesi, ma non sono uscito
neppure una volta, non ho neppure guardato fuori dalla finestra. Sono
rimasto in una stanza completamente chiusa – eppure, l’odore…un vero
e proprio cesso! Questa è Bombay.
…In seguito sono state fatte pressioni sul sannyasin che mi ha ospitato
per quattro mesi: se non andavo via dal suo appartamento, avrebbero
bruciato lui, la sua casa e la sua famiglia insieme a me.
Talvolta mi chiedo se devo piangere o ridere.
Sono partito da Bombay sabato notte e la mattina seguente, la casa in
cui ero stato ospitato, è stata circondata da quindici poliziotti armati.
…Sono arrivato a Pune alle quattro di mattina e dopo tre ore la polizia
era qui! Stavo dormendo, ho aperto gli occhi e ho visto due poliziotti
nella mia stanza.
Mi sono detto: ‘Non sogno mai, soprattutto non ho mai degli incubi.
Come hanno fatto questi cretini a entrare?’Ho chiesto: ‘Avete un mandato
di perquisizione?’Non ce l’avevano. ‘Allora come mai siete entrati
in camera mia?’
Mi risposero: ‘Dobbiamo consegnarti un’ingiunzione.’
Delle volte mi chiedo se la gente dorme, mentre parla.
È questo il modo di presentare un’ingiunzione? È questo il modo di

essere al servizio della popolazione? Tutti costoro sono al servizio della
popolazione! Li paghiamo anche! Dovrebbero comportarsi come servitori…
ma si comportano da padroni.
Ho detto loro: ‘Non ho commesso alcun reato. Ho solo dormito tre ore,
è forse un crimine?’
Uno di loro ha risposto: ‘Tu sei una persona controversa e il questore
pensa che la tua presenza potrebbe scatenare violenze in città.’
…E riguardo all’ingiunzione… dissi loro: …‘Leggetela. Qual è il mio
crimine? Il crimine è che sono una persona controversa. Ma ditemi, è
mai esistito un uomo intelligente che non sia stato controverso? Essere
una persona controversa non è un crimine. In effetti, l’intera evoluzione
della consapevolezza umana si fonda su persone controverse: Socrate,
Gesù, Gautama il Buddha,Mahavira, Bodhidharma, Zarathustra.Ma
sono stati fortunati, perché nessuno di loro è mai stato a Pune.’
Il poliziotto ha reagito in malo modo. Ero sdraiato sul letto e lui mi ha
tirato il foglio in faccia! Non posso tollerare un comportamento così
disumano. L’ho immediatamente strappato, l’ho buttato via, poi ho detto
ai poliziotti: ‘Andate a riferirlo al questore.’
Lo so che non si dovrebbe strappare un’ingiunzione governativa. Ma ci
sono dei limiti! Prima di tutto, la legge deve comportarsi con umanità
e rispetto nei confronti degli esseri umani. Solo allora può aspettarsi
rispetto dagli altri.” (da The Messiah, Volume primo)
Il questore si rifiutò di annullare l’ordine, ma lasciò che pendesse nell’aria
come una spada di Damocle, stabilendo con l’Ashram alcune
condizioni: si trattava di vere e proprie ‘norme’ di comportamento. In
tutto erano quattordici, alcune di queste regole arrivavano a stabilire il
contenuto e la lunghezza dei discorsi di Osho: non poteva parlare contro
le religioni, né dire nulla di provocatorio. Inoltre, solo cento stranieri
potevano vivere nell’Ashram e solo mille visitatori potevano
entrarci, e il nome di ogni straniero doveva essere registrato dalla polizia.
Le condizioni stabilivano anche quante meditazioni al giorno si
potevano tenere e quanto lunghe dovevano essere; e che la polizia
aveva il diritto di entrare nell’Ashram in qualsiasi momento e avrebbe
dovuto essere presente ai discorsi.
Osho rispose a queste condizioni con un ruggito da leone. Fu un
discorso infuocato: “È questa la libertà per cui migliaia di persone
sono morte?…
Questo è un tempio di Dio. Nessuno può dirci che non possiamo meditare
più di un’ora.

Io parlerò contro tutte le religioni perché sono false – non sono vere
religioni. E se lui (il questore) è così intelligente da provare il contrario,
è il benvenuto.
Noi non crediamo nelle nazioni, non crediamo negli stati. Per noi nessuno
è uno straniero.”
E sul fatto che la polizia voleva avere il diritto di entrare nell’Ashram
fu categorico: “Questo è un tempio diDio, voi dovrete accettare le nostre
condizioni.” (da The Messiah)
Osho disse anche che, se il questore e i due poliziotti che erano entrati
nella sua stanza non venivano sospesi dalle loro attività, li avrebbe
citati in tribunale.
Nelle settimane successive la tensione non si allentò. Ci sentivamo assediati.
Vilas Tupe, l’uomo che nel 1980 aveva tentato di assassinare Osho
tirandogli un coltello, dichiarò alla stampa: “Non lasceremo che Osho
viva qui in pace.” Pretendeva che lo arrestassero per motivi di sicurezza
nazionale e minacciò di assaltare l’Ashram con duecento membri
della sua organizzazione (induisti dell’EktaAndolan), addestrati in judo
e karatè, per rapire Osho. Anche il governo ci minacciò e arrivò a piazzare
delle ruspe fuori dall’Ashram, pronte a raderlo al suolo.
Io avevo una preoccupazione in più, in quanto temevo che la polizia mi
annullasse il visto e mi deportasse. Per molte notti non riuscii a dormire,
perché la polizia aveva minacciato di invadere l’Ashram. Avevamo
in stanza un campanello d’allarme e ognuno, nel caso, aveva una porta
o una finestra da sorvegliare. Di fatto, la polizia venne due volte di notte
e molte volte di giorno, ma non entrarono più in casa di Osho.
Dopo mesi di lotte in tribunale, condotte dai nostri avvocati sannyasin
e da un coraggioso avvocato indiano, Ram Jethmalani, pian piano le
pressioni della polizia cessarono e Vilas Tupe fu diffidato dall’entrare
nella zona di Koregaon Park, dove si trova l’Ashram.
Il sindaco di Pune presentò a Osho scuse ufficiali e aiutò a prevenire
ogni azione della squadra demolizioni inviata dal governo. Nei due anni
seguenti, i consolati indiani di tutto il mondo crearono problemi ai sannyasin
e rifiutavano il visto, se sospettavano che qualcuno stava andando
in India per vedere Osho. Molti sannyasin vennero fermati all’aeroporto
di Bombay e immediatamente rispediti nei loro paesi d’origine,
senza nessuna spiegazione. Tuttavia, malgrado ogni possibile deterrente,
il governo indiano non riuscì affatto ad arginare l’ondata di sannyasin
in visita che in breve divenne una marea gigantesca.

Sembrava che la guerra fosse finita. Ancora una volta potevamo incominciare
a vivere in silenzio con il nostro Maestro.
Poi Osho incominciò a danzare. Danzava con noi quando entrava in
Chuang Tzu, l’auditorio in cui teneva ora due discorsi ogni giorno, e
quando usciva. La musica era selvaggia e io sentivo l’energia piovermi
addosso, e colpirmi come se d’improvviso fosse diventata di fuoco; mi
ritrovavo a urlare a Osho parole senza senso, prive di significato e al
tempo stesso dense e liberatorie… dovevo urlare qualcosa, perché
l’energia era troppo forte da contenere.
Subito dopo, iniziarono gli esercizi di stop: Osho ci faceva danzare
freneticamente e all’improvviso fermava le braccia a mezz’aria e noi
ci congelavamo. Durante questi stop, di solito guardava qualcuno
negli occhi per tutto il tempo; ricevere quello sguardo, era un vero e
proprio rispecchiarsi nella qualità del vuoto interiore; era un’esperienza
molto potente.
Quel periodo mi ricordava molto gli energy darshan della prima Pune,
e sentivo che Osho lavorava moltissimo per ricostruire la forza energetica
di allora.
Con tristezza, al nostro ritorno a Pune, avevamo visto la decadenza
che pian piano aveva intaccato l’antico Ashram: il piccolo gruppo di
persone che vi aveva vissuto in quegli anni, non aveva curato molto
né le case né i giardini.
In quei mesi, i presenti costituivano un gruppo molto variopinto, privo
di quell’aria viva e vibrante che di solito circonda i sannyasin. C’erano
alcuni hippies di Goa – occidentali in viaggio per l’India che venivano
a visitare l’Ashram solo per curiosità – alcuni nuovi sannyasin e
alcuni vecchi sannyasin a pezzi.
Durante le prime settimane, osservavo Osho danzare con noi nell’auditorio,
con una totalità e una forza al di là di qualunque cosa noi potessimo
dargli in cambio. Stava caricando di energia l’atmosfera e teneva
discorsi infuocati; compresi che stava ricominciando da capo. Stava
ricominciando da zero con tutti noi.
Qualunque tipo di magia stesse creando, funzionò. Iniziarono ad arrivare
sannyasin da ogni parte del mondo. Dapprima titubanti, poi sempre
più sicuri… gli ultimi anni erano stati una dura lezione per tutti, e
molti si erano ricostruiti una propria vita nel mondo – casa, macchina,
lavoro – ed erano riluttanti a lasciare tutto di nuovo. La decisione tuttavia
divenne per molti una scelta naturale e spontanea: abbandonaro-

no semplicemente tutto e arrivarono all’Ashram, vulnerabili e con gli
occhi colmi di meraviglia.
Alla fine di febbraio l’Ashram era in ebollizione: la pentola era sul
fuoco! Ma tutti eravamo consapevoli che non si trattava affatto di una
fuga dal mondo, anzi… Osho insisteva nel dirci che il mondo era sull’orlo
di un baratro; lo disse esplicitamente, commentando ‘il Profeta’:
“…Kahlil Gibran non ha mai provato a realizzare i suoi sogni. Io ci ho
provato e mi sono bruciato le dita.
Andando in giro per ilmondo, ho visto con assoluta chiarezza che l’umanità
è arrivata in un vicolo cieco. Non ha senso sperare qualcosa da questa
umanità. Forse alcune persone possono salvarsi e per loro creerò
un’arca di Noé (di consapevolezza), sapendo perfettamente che quando
l’Arca sarà pronta forse non ci sarà più nessuno da salvare. Magari
se ne saranno andati via tutti, ciascuno per conto suo.”
Nel libro The Razor’s Edge Osho ha indicato cinque ragioni per le quali
la fine del mondo è imminente:
1. Armamenti nucleari
2. Sovrappopolazione
3. AIDS
4. Disastri ecologici
5. Discriminazioni religiose, razziali e nazionali.
Diceva che il mondo ha bisogno di duecento illuminati. “Ma dove le
troviamo queste duecento persone? Devono essere qui fra voi. Devono
nascere fra di voi – voi dovete diventare queste duecento persone. E la
vostra crescita è talmente lenta… ci sono tutti i presupposti per aver
paura che il mondo finisca prima che vi illuminiate. Non state mettendo
tutta la vostra energia nellameditazione, nella consapevolezza. È una
tra le tante cose che fate, non è nemmeno una priorità nella vostra vita.
Voglio che sia la vostra priorità assoluta. E l’unico modo per cui possa
accadere, è sottolinearvi con forza che ilmondo finirà tra breve, inmodo
che si imprima profondamente nella vostra consapevolezza.
Su di voi grava una responsabilità immensa, perché in nessun’altra parte
del mondo qualcuno sta provando, neppure in piccoli gruppi, a raggiungere
l’illuminazione, a essere meditativo, amorevole, gioioso. Noi
siamo un’isola molto piccola nell’oceano del mondo, ma non importa.
Se alcune persone possono essere salvate, l’intera eredità dell’umanità,
l’eredità di tutti i mistici, di tutti coloro che si sono risvegliati, può essere
salvata tramite voi.”

Erano parole difficili da digerire.
E Sarjano chiese a Osho: “Perché sotto sotto ridacchio nel mio cuore,
ogni volta che ti sento usare il mondo intero come un espediente per
farci crescere, e al tempo stesso usi noi, quale espediente per il
mondo intero?”.
Osho: “Sarjano, dovrai smettere di ridere in cuor tuo…questo non è un
espediente! Non c’è più tempo per nessun espediente. Il tuo ridacchiare
è semplicemente una razionalizzazione: non vuoi credere che il
mondo finirà presto, perché non vuoi cambiare. Vuoi che ti dica che è
solo un espediente, in questo modo ti puoi rilassare – rilassarti nel tuo
modello di vita statico. Ma non posso mentirti.
Quando uso qualcosa come espediente, te lo dico con chiarezza. Ma
questo non lo è, né per trasformare il mondo attraverso voi, né per cambiare
voi tramite il mondo. Sto semplicemente affermando una triste
realtà. Il tuo ridacchiare non è altro che il tuo sforzo per cancellare l’impatto
che sto cercando di creare.
Ridi di qualunque altra cosa, ma non della tua trasformazione. Questo
ridacchiare non è altro che il tuo inconscio che prova a imbrogliarti,
dicendoti che qualcosa accadrà, per cui non occorre preoccuparsi.
Siamo arrivati alla fine della strada e voglio che entri profondamente
dentro il tuo essere. Fatta eccezione per la danza e la celebrazione, non
è rimasto null’altro. E perché accada ADESSO, sto distruggendo completamente
il domani. Te lo sto portando via dalla mente, che è profondamente
persa nel futuro…
L’illuminazione non è altro che la tua consapevolezza concentrata su un
singolo punto – qui e ora.
La mia enfasi sull’assenza di futuro, non ha niente a che vedere con
la depressione; ha a che vedere con te. E se puoi abbandonare completamente
l’idea del futuro, la tua illuminazione diventa immediatamente
possibile. E abbandonare l’idea del futuro è un’ottima opportunità,
perché il futuro stesso sta per svanire. Ma non trattenere, nemmeno
in un angolo buio della tua mente, il pensiero che forse anche
questo è un espediente: sono le strategie della mente per farti rimanere
il vecchio zombi che sei.” (da The Hidden Splendor)
Di pari passo con questi discorsi sconvolgenti sulla situazione del
pianeta, Osho raccontava barzellette e scherzava. Non ci permise
mai di prendere la vita troppo seriamente – con sincerità sì, ma non
seriamente.

Ci fu un periodo in cui scherzava molto con Anando; insieme giocavano
ai fantasmi! Iniziò Osho che, uscendo dall’auditorio per tornare
in camera sua, doveva attraversare la stanza in cui viveva Anando
che spesso ascoltava il discorso stando nella vasca da bagno, con tanto
di coperte e cuscini.
Accadeva, perché l’auditorio di Chuang Tzu, di capienza limitata, era
diventato così affollato, che dovemmo adottare un sistema di rotazioni;
pertanto, a volte, lei si metteva lì, essendo il bagno contiguo all’auditorio.
Osho sapeva che si era addormentata… e si divertiva a bussare
alla porta, per sentirla gridare.
Una volta Anando si nascose in un armadio del bagno nel quale aveva
fatto costruire un finto muro. Quando Osho attraversò la sua camera,
lei sporse una mano e gli fece un cenno di saluto dal bagno, ma quando
lui entrò, il bagno era vuoto. Allora lui aprì l’armadio spingendo la
falsa parete fino a farla crollare, smascherando Anando e un gruppetto
di persone, fra risate e strilli di sorpresa.
Questi giochi mi divertivano molto, perché mi ricordavano le storie che
Osho ci aveva raccontato di scherzi che si divertiva a fare ad amici e
conoscenti, quando era giovane. Ovviamente, gli piaceva anche che
qualcuno facesse scherzi a lui e Anando era la persona giusta.
Un giorno lei costruì un manichino e lo mise in corridoio seduto su una
sedia, con le gambe accavallate e un giornale in mano, in modo che
Osho, andando verso l’auditorio lo vedesse.
Non ho mai visto nulla che potesse stupire Osho, e in questa occasione
non fu diverso. Per anni aveva attraversato quel corridoio, per raggiungere
Chuang Tzu, e noi avevamo sempre fatto in modo che non incontrasse
mai nessuno. Eppure quella mattina, quando vide un perfetto sconosciuto
seduto lì, a leggere il giornale, come se fosse nel soggiorno di
casa sua, Osho non battè ciglio. Si mise a ridere e si avvicinò a quello
strano personaggio per guardarlo da vicino.
Ma il gioco andò avanti. In quei giorni Osho prendeva in giro Anando
nei suoi discorsi, perché sosteneva che un fantasma continuava a bussare
alla sua porta e la svegliava nel cuore della notte. E una volta, nel
bel mezzo della notte, Osho mi chiamò e mi disse di farle uno scherzo:
avrei dovuto bussare alla sua porta, aprirla lentamente e poi spingere
dentro quel manichino vestito da uomo, su una sedia a rotelle.
Fu un successo… i miei colpi alla porta l’avevano svegliata, e quando
guardò verso di noi, ancora mezza addormentata e vide entrare qualcuno,
fiocamente illuminato dalla luce del corridoio che produceva

strane ombre sul manichino, nell’oscurità non riconobbe la propria
creazione e si mise a urlare.
“Così giocoso, così innocente, così non-serio, così vivo è l’approccio
dello Zen” – Osho.
Quando mi prendevo cura di Osho, ero sempre molto tranquilla, presa
da meraviglia. “Silenziosa,” diceva Osho. Molto raramente avevo notizie
o pettegolezzi da raccontargli e quando mi chiedeva cosa stava succedendo
nel mondo, non avevo molto da dirgli, perché il mio mondo
consisteva in quale albero stesse mettendo nuove foglie oppure se l’uccello
del paradiso quel giorno era venuto a trovarci o no.
Anando aveva i piedi per terra ed era molto allegra con lui. Gli dava
tutte le notizie su ciò che avveniva fuori e dentro l’Ashram. Un giorno
li ascoltai mentre parlavano di politica; la sua capacità di capire la
politica indiana era davvero impressionante, e conosceva tutti i nomi,
tutti i partiti. Lei e Osho chiacchieravano come due vecchi amici che
avevano gli stessi alleati e avversari. Credo che Anando e io ci bilanciamo
benissimo.
Vivek sembrava racchiudere in sé entrambe le personalità e il suo rapporto
con Osho è sempre stato un mistero per me, perché sembrava
molto antico. Nei tre anni che seguirono, andò via molte volte, ma ogni
volta, quando ritornava, Osho le dava il benvenuto e immediatamente
le offriva la possibilità di prendersi cura di lui, oppure di rilassarsi e
non fare niente. La sua libertà di fare qualsiasi cosa volesse nell’Ashram,
non è mai stata messa in discussione. Era un’eccezione che
faceva solo per lei.
In questo periodo ci prendemmo cura di Osho lavorando come un team.
Non era più un lavoro per una persona sola, a causa della sua debolezza
e della sua salute precaria. Swami Amrito, il medico di Osho, sebbene
fosse inglese e fosse un uomo, si era inserito perfettamente nel
gruppo, perché stava diventando sempre più ricettivo, una qualità femminile,
e al tempo stesso era lucido e non si lasciava prendere dalle emozioni.
In lui non homai visto un no, o un’esitazione nei riguardi di Osho,
che molte volte lo ha descritto come un uomo molto umile.
Osho iniziò ad avere problemi con i denti, per cui, dovette sottoporsi a
diverse sedute alle quali fui presente anch’io.
Durante una di queste sessioni, mi disse: “Smettila di chiacchierare, stai
in silenzio!” Non capivo che cosa intendesse, visto che ero seduta nel
silenzio più assoluto che io conoscessi. Pensavo di essere in meditazio-

ne, ma la meditazione era una dimensione nuova per me, per cui non
ero mai sicura se fosse vera, oppure una mia immaginazione.
Bastava un piccolo dubbio, per farmi dire: “Oh, all’inferno con questa
roba,” e smettevo perfino di provarci. Per esperienza, posso dire che la
meditazione è uno stato molto fragile e vulnerabile, per cui è facile che
insorgano pensieri come: “È tutta spazzatura.”
All’inizio è così e io sono stata “all’inizio” permolti anni. Per cui, anche
se pensavo di essere in meditazione, quando Osho diceva: “Chetana,
smettila di chiacchierare, stai zitta,” andavo in confusione e mi arrabbiavo.
Mi diceva che la mia mente continuava a parlare senza sosta, e
questo lo disturbava, ma io non capivo cosa intendesse dire.
La cosa andò avanti per più di una settimana; ogni giorno chiudevo gli
occhi e provavo ad andare sempre più profondamente dentro di me,
nello sforzo di raggiungere quello spazio in cui ciò che Osho diceva non
mi avrebbe più dato fastidio. Per il resto della giornata mi sentivo rilassata,
ma all’avvicinarsi della seduta, divenivo tesa. Ero veramente indispettita,
arrabbiata e sconvolta, e un giorno lui disse agli altri: “Vedete
Chetana, quanto è arrabbiata con me?”.
Pensavo: “Perché ce l’ha conme? Tutti gli altri hanno trasceso lamente?
Tutti gli altri sono in silenzio?” Ecco cosa mi mandava in collera: ero
l’unica fra i presenti che non riusciva a meditare. Proprio io, che avevo
avuto tante esperienze magiche.
Passarono due settimane e lui continuava a dire che chiacchieravo, che
facevo troppo rumore… alla fine, mi disse di sedermi dall’altro lato
della sedia. E, nel corso della seduta, Osho si voltò verso lo spazio che
avevo lasciato vuoto e disse: “Stai zitta, smettila di chiacchierare!”.
Finalmente, al termine della seduta, mi disse che non ero io ad averlo
disturbato in quei giorni: in quel punto c’era un fantasma. Disse che a
volte uno spirito o un fantasma può usare il corpo di qualcun altro e io
ero un tramite molto ricettivo. Mi aveva usata per chiacchierare. “Ma
non dirlo alle cuoche (la cucina era nella stanza accanto), altrimenti si
impauriranno e non verranno più a lavorare.”
A quel punto mi ricordai che in quella stessa stanza, e proprio in quello
stesso punto, anni prima venivo posseduta dal latihan.
Penso che gli spiriti, come i sogni, non devono essere presi seriamente.
Sono solo un altro colore dell’arcobaleno, un’altra dimensione di cui
a volte diventiamo consapevoli.
Quando realizzo che il mio mondo interiore è ancora un territorio inesplorato
e la meditazione è un ‘lavoro a tempo pieno’, capisco perché

Osho non enfatizzi il mondo esoterico e gli spiriti. Potrei perdermi
molto facilmente in quel mondo che, per quanto misterioso, rimane
sempre al di fuori di me.
Non mi aiuta a crescere in consapevolezza.
Certo, è sicuro che esistano altre dimensioni, che raramente possono
essere viste e non possono essere spiegate. I pensieri per esempio. Di
cosa sono fatti? Com’è possibile leggere i pensieri delle persone, se i
pensieri non sono una cosa materiale?
Un giorno, rimasi chiusa a chiave nel bagno diAnando e mi misi a chiedere
aiuto: Osho si svegliò e, sebbene fosse impossibile che avesse sentito
la mia voce, più tardi mi chiese cos’ era successo a quell’ora e perché
stavo chiamando aiuto.
Osho ha detto che nella nostra mente ci sono persino pensieri di cui non
siamo a conoscenza.
Nell’autunno del 1987, per la prima volta da quando ero con lui, Osho
incominciò a tenere discorsi inmanieramolto discontinua.Alcune volte
era troppo debole per venire a parlarci. Aveva forti dolori alle articolazioni
che gli impedivano di fare qualsiasi cosa; riusciva solo a stare
a letto tutto il giorno.
Ho visto Osho in situazioni che mostravano il suo completo distacco
dal dolore; per esempio, tenere un discorso di due ore dopo l’estrazione
di un dente. Oppure, in un’altra occasione, quando dopo un massaggio
con Anubuddha, uno dei massaggiatori dell’Ashram, il dottore gli
dovette fare un’iniezione all’articolazione della spalla.
Io e Anubuddha eravamo seduti per terra e parlavamo con Osho. Il dottore
preparò la difficile iniezione, ma non riusciva a trovare il punto
esatto fra le ossa, per cui provò diverse volte. Ogni volta che l’ago entrava,
io e Anubuddha sussultavamo, mentre Osho continuava a parlare,
restando estremamente rilassato; vedevo che il suo respiro non si alterava
minimamente, e così il suo viso.
Osho spiegò ad Anubuddha che un illuminato in effetti è molto più sensibile
al dolore, ma al tempo stesso può sperimentare di esserne separato.
Non l’ho mai visto preoccupato o avere paura, e so per esperienza
personale che è sempre la paura psicologica del dolore – il non sapere
cosa sia – che mi indebolisce.
Nel novembre del 1987, Osho incominciò a soffrire per quella che normalmente
sarebbe stata una semplice infezione alle orecchie, ma che
richiese quasi due mesi e mezzo di cure intensive, ripetute e fastidio-

se iniezioni di antibiotici e persino un intervento di chirurgia locale da
parte di uno specialista di Pune.
Fu in quel periodo che i suoi dottori iniziarono a prendere in considerazione
la possibilità che fosse stato avvelenato… per quanto incredibile
potesse sembrare questa ipotesi.
Alcuni campioni di sangue, di capelli e di urina, unite a numerose radiografie
e alla sua storia medica, vennero inviati a Londra, per essere esaminati
da patologi e da esperti.
Dopo aver fatto le analisi più accurate e minuziose, essi dissero che, a
loro avviso, i sintomi dei quali Osho aveva sofferto fin dai giorni che
avevano seguito l’arresto e la successiva incarcerazione da parte del
governo americano, potevano essere provocati solo da un avvelenamento
con un metallo pesante quale, per esempio, il tallio.


Written by

Prem Shunyo